Al Tempio d'oro di Amritsar, la comunità sikh offre vitto e alloggio
Lo "Sri Harmandar Sahib" di Amritsar, nel Punjab, non è solo un luogo di culto. Come ogni tempio sikh, ospita una mensa e un dormitorio dove si fermano visitatori da ogni parte del mondo.
Lo "Sri Harmandar Sahib" di Amritsar, nel Punjab, non è solo un luogo di culto. Come ogni tempio sikh, ospita una mensa e un dormitorio dove si fermano visitatori da ogni parte del mondo. Un'occasione per immergersi nell'universo degli uomini dai turbanti, alla vigilia della celebrazione dell'anniversario di Guru Nanak, il padre fondatore del sikhismo. Un reportage.
Ci sono luoghi che si lasciano con rimpianto. Il Tempio d'oro di Amritsar è uno di questi. Dopo aver visto scintillare e poi infiammarsi il luogo sacro dei sikh sotto la luce del giorno, è difficile trovare il coraggio di andare verso un locale squallido o una guesthouse deprimente...
Per fortuna, in ogni tempio si trovano una mensa e un dormitorio gratuiti, aperti senza distinzione di origine, religione e soprattutto di caste. Perché la comunità sikh promuove l'uguaglianza e la condivisione. È più che sufficiente per convincere i viaggiatori a passare la notte nel complesso del Tempio d'oro.
Prima tappa, una cena nella mensa. M. Singh, frequentatore abituale del luogo, dà il consiglio ai turisti. Sulle rive del bacino sacro, spiega che "naturalmente, c'è una mensa qui" e "si servono fino a 80 000 pasti al giorno". Perplessi, i suoi interlocutori si lanciano in calcoli per verificare la fattibilità di un'impresa simile, ma M. Singh rivela il segreto della casa: una "macchina per chapati" capace di produrre "10 000 pani all'ora".
La mensa sikh è un po' il taylorismo applicato ai thali. In un'atmosfera da stazione ferroviaria, sotto la tettoia di un edificio in mattoni, si seguono le fasi di una meccanica ben oliata. Un volontario vi porge un piatto, lo afferrate al volo, ben presto spinti verso la sala da pranzo da pellegrini affamati.
Seduti per terra in ordine di arrivo, si cena a gambe incrociate, chinati verso il proprio piatto nel disperato tentativo di mangiare con garbo quando la rigidità della propria colonna vertebrale non lo consiglia proprio. Un giovane addetto alle lenticchie riempie i piatti con il mestolo. Poi arriva il momento del dolce, dell'halwa, un miscuglio di zucchero e semola. Karen, una britannica di una ventina d'anni, è terrorizzata. "Non ce la faccio più", afferma al responsabile della mensa. Fermo ma sorridente, lui non cede: "Devi finire, è obbligatorio".
Una volta terminato il pasto, ognuno restituisce il cucchiaio, il bicchiere e segue con lo sguardo il piatto che, portato da una catena umana, si avvia verso il lavello. Dopo un ultimo sguardo al Tempio d'oro, non resta che raggiungere il Guru Ram Das Sarai, che offre centinaia di letti distribuiti in 400 camere, in cambio di una semplice donazione.
È quasi mezzanotte e il cortile è ancora affollato. In un angolo a sinistra, c'è il dormitorio per i forestieri. Viziate da due grandi sikh dai turbanti blu e dalla barba nera, gli stranieri sono alloggiati in quello che a prima vista somiglia a un vecchio dispensario. Stessi letti in legno allineati, stesso odore di disinfettante d'altri tempi e stessi ventilatori che girano lentamente sulle pareti grigio-verdi.
Cosmopolita, la comunità dei viaggiatori si scambia consigli. "C'è neve a Dharamshala?", chiede un americano a un cileno, che sta parlando in inglese con una canadese. Le luci si spengono verso l'una di notte e inizia un sonno leggero dove giungono per tutta la notte urla di bambini e canti religiosi.
Al risveglio, le due guardie del dormitorio contano i presenti: "Partite oggi?", chiedono agli ospiti. Fuori, zaini in spalla, una coppia di viaggiatori aspetta già il proprio turno.

